NBA Lockout: Terza puntata

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Nel mentre il mondo del basket U.S.A. in questo periodo è alimentato da proposte, discussioni e strategie delle “Trade”, che oltre a coinvolgere i cosidetti “Rookie” , quest’anno vede sul piede di partenza gente del calibro di Parker, Nash e Gasol , non cessa l’allarme per l’enigmatico problema, ancora non risolto, del “salary cap”, per scongiurare il “Lockout NBA “.
Vi avevamo scritto dell’importante riunione tenutasi martedì tra le varie parti , ed oggi conosciamo i risvolti dell’incontro.
Come vi avevamo anticipato nelle puntate precedenti, il problema non riguarda solo i soldi futuri, ma anche e sopratutto quelli del passato. In pratica i presidenti delle franchigie hanno trattenuto dagli stipendi dei giocatori circa 160 milioni di dollari, formando una “tassa di deposito a garanzia” che significa in breve, aver rilasciato ai giocatori non più del 57 % di ricavi e proventi. Il presidente del sindacato Derek Fisher ha rilasciato una dichiarazione alquanto polemica, affermando che i proprietari hanno un arroganza fuori dalla norma quando si parla di affari.
Anche il commissario David Stern è intervenuto dicendo che è dispiaciuto che i giocatori, finora unici beneficiari della torta, adesso si sentano “declassati” nella spartizione di un tesoretto da centinaia di milioni di dollari, ma affermando che le squadre hanno ottenuto in questi anni molto meno di quanto spettasse loro.
Occorre mettere in risalto anche lo scontro avvenuto proprio tra presidenti e giocatori, laddove i primi offrono la garanzia su contratti di $ 2 miliardi di euro all’anno in stipendi per tutta la durata di un accordo decennale, ed i secondi hanno ribadito che loro stanno già guadagnando 2,17 miliardi dollari di stipendio con il sistema attuale. Emerge comunque, ma non è confermato, che i giocatori siano pronti a concedere solo mezzo miliardo di dollari e non di più. Vedremo.

Per gli appassionati non resta altro che guardare al prossimo incontro di venerdì a New York e sopratutto a quello dei proprietari che si terrà martedì a Dallas. Nel salutarvi vi rilasciamo l’ultima significativa dichiarazione di Fisher: ”Non ha senso fare un accordo di 10 anni. Non abbiamo firmato per questo, non ha alcun senso farlo sotto ogni punto di vista”.